Stephen Nachmanovitch ha un sapere eclettico quasi come il suo maestro, Gregory Bateson con cui ha realizzato la sua tesi dottorale su William Blake presso la Hardvard University.

Oltre ad essere uno scrittore, Nachmanovitch è un musicista (violinista e violoncellista esperto di improvvisazione musicale), un progettista informatico e un educatore. Forse non possiamo definire S. Nachmanovitch un antropologo, ma sicuramente la materia ha influenzato la sue opere. Per comprendere la sua opera è importante ricordare inoltre la sua adesione alla filosofia zen*, altro elemento che pervade l’interna sua produzione.

Di seguito riportiamo un brano sull’arte, la musica e la danza tratto dall’ultima sua opera “Il gioco libero della vita. Trovare la voce del cuore con l’improvvisazione” pubblicato da Feltrinelli.

“I Sufi individuano anche un’esperienza correlata, la samā, che significa danzare fino all’estasi. Si raggiunge uno stadio in cui il corpo e la mente sono così profondamente impegnati nell’attività, le onde cerebrali sono a tal punto coinvolte dai ritmi martellanti e trascinanti, che il sé ordinario viene messo in disparte, lasciando spazio a una forma di consapevolezza superiore. Rumi, il grande poeta e coreografo persiano che diede vita ai dervisci rotanti, scrisse:

Danzare non vuol dire innalzarsi senza sforzo come un granello di sabbia trascinato dal vento.
Danzare significa innalzarsi al di sopra di entrambi i mondi, lacerandosi il cuore e rinunciando all’anima.
Danza fino a ridurti in frantumi e ad abbandonare completamente le tue passioni terrene.
I veri uomini danzano e ruotano sul campo di battaglia, danzano sul loro stesso sangue.
Quando si arrendono, battono le mani;
Quando si lasciano alle spalle le imperfezioni del sé, danzano.
I loro menestrelli creano musica dal profondo; e interni oceani di passione spumeggiano sulla cresta delle onde.

È curioso notare come tanto la meditazione quanto la danza sono metodi per “scomparire”. Le culture di tutto il mondo sono ricche di mezzi estremamente tecnici e specializzati attraverso cui raggiungere questo stato di vacuità. Che siano di carattere apollineo, come lo zen, o di carattere dionisiaco, come il sofismo, queste tradizioni e le pratiche che professano ci conducono al di fuori del tempo ordinario. Quando rallentiamo corpo e mente fino allo zero assoluto, come nella meditazione, o quando ci impegniamo in un’attività altamente complessa e spossante, come danzare o suonare una partita di Bach, i confini consueti della nostra identità svaniscono e il tempo ordinario si ferma.”

 *Lo stesso G. Bateson seguiva lo zen come si può leggere nell’articolo dedicato da Nachmanovitch al suo maestro: “Gregory Bateson: Old Men Ought to be Explorers“, una biografia toccante che riesce a restituire in maniera olistica l’immagine del grande antropologo dello scorso secolo.

Foto di Mark Cerizza

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