Confessioni dal campo: quando si ama l’informatore

Le scuole antropologiche hanno spesso privilegiato le discussioni sulle modalità della conoscenza, dell’interpretazione e della scrittura etnografica rispetto alle riflessioni sul metodo etnografico. Durante gli anni universitari ci si forma sulla seconda fase del lavoro dell’antropologo, la scrittura, molto più che sulla prima fase, la ricerca, e lo studente purtroppo se ne rende conto troppo tardi: quando si trova da solo sul campo alle prese con un guazzabuglio di emozioni.

Non a caso, la prima ricerca di campo è diventata un topos letterario, metaforicamente un rito di iniziazione, con la fase di preparazione, i riti preliminari al viaggio, il margine con i riti liminari e l’incontro etnografico vero e proprio, ed infine la fase di riaggregazione alla società di partenza.

Forse vi consolerà sapere che anche Margaret Mead non era esattamente soddisfatta della sua preparazione per affrontare la ricerca:

“Io non ero mai stata sul campo. In realtà non sapevo gran che del “lavoro sul campo”. Il corso sui metodi tenuto dal professor Boas non riguardava questo argomento, ma solo la teoria” (M.Mead, 1979, p.161).

Purtroppo da questa affermazione non ne scaturì un nuova formazione metodologica per neo-antropologi. Sembra invece sia stata più una specie di giustificazione per il suo silenzio (ma anche di tutti gli altri) su come ha realizzato quell’esperienza. Siamo ancora in difetto di dialogo sulla metodologia di campo. Certamente è più facile analizzare i prodotti letterari degli antropologi rispetto alla ricerca, un’attività squisitamente individuale, se non addirittura individualista (M. Pavanello, 2010: p.54).

L’osservazione participante è il metodo antropologico per eccellenza ed implica un mix di “presenza” e “partecipazione”, termini che chiamano in causa il coinvolgimento personale del ricercatore.

Il metodo etnografico sembra portare l’antropologo in una situazione ossimorica: egli deve essere, per riuscire nella sua ricerca, “emozionalmente impegnato nella vita degli altri e, contemporaneamente, deve osservarla spassionatamente e freddamente” (B. Tedlock, 1991: p.71).

Come si può immaginare, l’essere simultaneamente empatici e distaccati è di fatto una condizione impegnativa e stressante. La sovrapposizione tra vita personale e quella di ricercatore crea numerose zone grigie, fonte di innumerevoli domande che rimangono molto spesso inespresse.

Ne consegue che tutta quella parte dell’esperienza esistenziale sul terreno che rende possibile la stessa ricerca è quasi sempre eliminata dall’etnografia e svalutata.” (M.Pavanello, 2010: p.92).

La giusta distanza tra partecipazione e distacco inoltre risveglia i problemi di autorevolezza del sapere antropologico: l’antropologia è un un sapere scientifico o è più vicino all’arte? Qual è questa agognata giusta distanza? Esiste davvero questa distanza?

Per fortuna esperienza personale ed emozioni non sono più tabù per gli antropologi. Ne parla per esempio l’antropologa americana Esther Newton, conosciuta per la sua etnografia pionieristica della comunità americana LGBT.

In  “My Best Informant’s Dress: The Erotic Equation in Fieldwork” l’autrice mette sotto la lente di ingrandimento il suo rapporto con Kay, l’informatrice privilegiata, riflettendo così sul ruolo della passione, da Newton chiamata “the erotic equation”, durante lo svolgimento della ricerca. Siamo davanti a uno dei casi in cui la distanza tra antropologo e campo si è drasticamente ridotta, uno dei casi che ci verrebbe da definire “non regolamentare”, tuttavia lavori come quello di Newton possono rivelarsi letture propedeutiche molto utili per i giovani antropologi.

Durante la sua ricerca a Cherry Grove l’omosessualità della ricercatrice ha avuto un ruolo fondamentale per essere accettata dal gruppo, tuttavia nel suo primo libro “Mother Camp” non si trova traccia di tutto ciò, nel 1972 si trattava ancora di un argomento sconveniente e non accettabile dalla comunità scientifica.

Come lei stessa afferma “non ho mentito quando ho parlato dei miei metodi di ricerca di campo, ma ho omesso un punto molto critico: che mi sono presentata alle drag queens come gay, e che questo era molto importante per loro”.

In generale i ricercatori non scrivevano del perché sceglievano un particolare campo di ricerca e Newton ci racconta che le vere ragione di interesse verso un soggetto di studio erano trattate di sfuggita durante feste, alla stregua di gossip, voci di corridoio e dicerie (M. Sebastian, 2016).

Nel 1982 Manda Cesara (pseudonimo dell’antropologa Karla Poewe) pubblica “Reflections of a Woman Anthropologist: No Hiding Place” dando voce all’importanza che ha avuto per la sua ricerca sul campo la relazione amorosa con il suo informatore:

“Questo ragazzo mi ha aperto un mondo, e non intendo sessualmente, emozionalmente. Intendo che mi ha aperto il mondo di Lenda”.

Newton si rispecchia in queste pagine e si dedica alla scrittura di “My Best Informant’s Dress” dove narra la sua esperienza personale e l’importanza dell’aspetto emotivo per il suo lavoro di campo, un tentativo di comprendere se anche altri antropologi hanno avuto le stesse esperienze, provato le stesse emozioni. Come non pensare ora ai diari di Malinowski che hanno provocato uno scandalo così profondo nella disciplina antropologica? La dissociazione tre vita privata dello studioso e analisi scientifiche è radicale e secondo Newton figlia di una tradizione cristiana che evita di parlare di ciò che è relativo al corpo, e naturalmente al sesso (M. Sebastian, 2016).

Eppure la parte esperienziale nella ricerca antropologica è centrale e talvolta anche le relazioni emotive e amorose con l’informatore rivestono un ruolo importante. Newton asserisce che la forza profonda che muove i nostri passi sul campo è la passione e ci invita a chiederci le ragioni profonde per cui scegliamo un soggetto e un campo di studio.

Esther Newton, come Margaret Mead, pensa che la sua educazione metodologica è stata molto carente, più o meno un “just do it” (e ricordati del diario di campo!) (M. Sebastian, 2016). Eppure questa volta non è seguito il silenzio, ma il racconto della propria esperienza. Grazie al quale, gli antropologi alle prime armi possono prepararsi meglio a cosa li aspetta sul campo.

“My best Informant’s Dress” è un bell’invito alla consapevolezza. Portare sé stessi sul campo è parte del lavoro antropologico, quanto scrivere e quanto rivelare rimane una scelta, ma l’auto-consapevolezza del proprio ruolo, delle proprie emozioni dovrebbe essere un passaggio obbligato per tutti.

Prima di partire per la prima o l’ennesima volta vale la pena allora leggere le pagine di Esther Newton e riflettere sulle passioni che muovono i nostri passi verso e nel campo perché:

L’antropologo è lo strumento, sia dell’osservazione sia della narrazione. Vi portiamo tutto ciò che siamo. È impossibile pensare che questo non influenzi ciò che scriviamo”.


Breve bibliografia di riferimento

Cesara, Manda, and Rudolf Lidl. Reflections of a woman anthropologist: No hiding place. London: Academic Press, 1982.

Mead, Margaret, and Rhoda Bubendey Métraux. Margaret Mead, some personal views. Angus & Robertson, 1979.

Mohr, Sebastian. “Just an Anthropologist? An Interview with Esther Newton.” Dialogues, Cultural Anthropology website, December 7, 2016.

Newton, Esther. 1972. Mother Camp: Female Impersonators in America. Englewood Cliffs, N.J.: Prentice-Hall.

Newton, Esther. “My Best Informant’s Dress: The Erotic Equation in Fieldwork.” Cultural Anthropology, vol. 8, no. 1, 1993, pp. 3–23.

Pavanello, M., 2010, Fare antropologia. Metodi per la ricerca etnografica, Bologna, Zanichelli.

Tedlock, B., 1991, From participant observation to the observation of participation. The mergence of narrative ethnography, in “Journal of Anthropological Research”, vol.47, n.1, pp.69-95.

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