“Chi ama brucia”

Quando un’antropologa sale sul palcoscenico

Da tempo mi affascina l’idea che la ricerca scientifica debba trovare il modo di comunicare, di rivolgersi ad un vero pubblico. Inoltre penso che il teatro debba nutrirsi di ciò che realmente accade nel mondo, della contemporaneità, e abbia il dovere di illuminarne gli angoli scuri. Allo stesso tempo mi sembra che il teatro (che intendo come ricerca sull’umanità), abbia bisogno e debba avvicinarsi il più possibile ad una scienza, al suo tentativo metodologico di onestà ed esattezza, o perlomeno debba tentare di dire delle cose “vere”. Da questa consonanza e dalla necessità di dare corpo ad un materiale che sento il dovere di rendere pubblico nasce lo spettacolo “Chi ama brucia. Discorsi al limite della Frontiera”. (Alice Conti)

“Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera” è lo straordinario spettacolo di Alice Conti, attrice e regista, ma non solo. Nel 2012 si laurea in Antropologia culturale, con una tesi sul C.I.E. (Centro di Identificazione e di Espulsione per stranieri) di Torino, dove conduce una ricerca etnografica i cui risultati prenderanno non solo una forma scritta, ma anche teatrale.

Il prodotto finale è una performance potente come un pugno nello stomaco, del resto, ciò che l’antropologo indaga, osserva e vive sul campo provoca spesso e volentieri proprio quella sensazione. L’antropologia analizza la realtà, quella vera, non quella immaginata e cerca di interpretarla, spiegarla e restituirla al pubblico nella maniera più onesta e precisa possibile. Pratica fondante della disciplina è una metodologia rigorosa basata sull’osservazione partecipante, su interviste di tipo qualitativo, sulla permanenza prolungata del ricercatore sul campo, e la trasposizione di tutto ciò in rappresentazione teatrale, in “Chi ama brucia” ha un impatto davvero notevole.

Il campo di ricerca viene così messo in scena, e Alice Conti restituisce in maniera esemplare i frammenti di umanità contenuti dentro al C.I.E.: «per me l’antropologia è un approccio mentale, una volontà di indagare quello che mi circonda. È sia un approccio di vita che un approccio alla ricerca che nutre completamente il mio lavoro di attrice e regista» (A.C.). Questo è uno spettacolo che nasce da una ricerca rigorosa, dove i discorsi reali sono riportai in maniera fedele e il cui obiettivo è «chiarire quelli che sono i meccanismi legislativi, amministrativi e burocratici che creano razzismo e segregazione, smontare le retoriche e ribaltare il punto di vista, dimostrando come le lenti che più abitualmente vengono indossate per osservare un dato fenomeno non sono sempre quelle giuste, o comunque, non sono le uniche» (A.C.)

Sola sul palcoscenico, servendosi di pochi e semplici oggetti per ricreare i luoghi e le persone di cui parla, la vediamo impegnata in monologhi-interviste che vedono coinvolte le figure principali della sua ricerca, come la Crocerossina, la Garante e l’Ospite. La Crocerossina è inquadrata come volontaria ma percepisce lo stipendio, veste l’uniforme ma non possiede una formazione in primo soccorso. Assunta tramite agenzia interinale, senza avere quelle specifiche competenze indispensabili per svolgere un lavoro di questo tipo, si fa portatrice di un discorso chiaramente razzista e racconta le sue dodici ore di “intervento umanitario” in cui somministra cibo e psicofarmaci agli “ospiti”. La Garante è invece un personaggio politico il cui ruolo dovrebbe consistere nel garantire i diritti degli “ospiti” che, tuttavia, egli non ha mai visto poiché li definisce persone che sul territorio non esistono. E infine l’Ospite, l’immigrato l’esule, una non-persona trasfigurata dal luogo in cui è stata confinata, non per qualcosa che ha fatto, ma per quello che è.

Tutto ciò è racchiuso nel C.I.E., qui definito come Campo, inteso non solo come campo di ricerca, ma come spazio di reclusione. Il centro che dovrebbe accogliere è in realtà una struttura para-carceraria e gli ospiti sono i detenuti. È una realtà paradossale, completamente rovesciata, dove il Campo interviene in maniera drastica sui corpi, li identifica, li rinchiude, li tratta, li decostruisce. «È la struttura architettonica in sé per come è stata concepita, attraverso le distanze, le grate, i cancelli, i regolamenti, la sospensione di legalità, il divieto di parlare tra reclusi e personale che crea disumanizzazione. E questa è la concretizzazione più crudele del concetto di frontiera. Una frontiera che tutti gli attori presenti in quello spazio, in modo differente, subiscono» (A.C.). Così, questi corpi confinati man mano si svuotano, si ridefiniscono e diventano ricettacolo di sofferenze indicibili e al tempo stesso ignorate.

“Chi ama brucia” accende i riflettori sugli angoli oscuri, su quei buchi neri dove l’uomo si inabissa e finisce per sgretolarsi. Percepiti da molti come interstizi della società, come pieghe in cui viene stipato tutto ciò che ingombra e che si preferisce non vedere, luoghi come il C.I.E. assumono invece dimensioni e significati enormi, a tratti spaventosi, impossibili da comprimere in una piega. Tuttavia, si respinge ai margini, così la città rimane pulita. Si utilizza la definizione di “immigrati colpevoli di reato di clandestinità”, così si cataloga con precisione. «Prima passano attraverso un processo di collettivizzazione, quindi diventano un corpo unico senza nome, poi diventano numeri allocati nelle varie aree, poi fogli attraverso cui vengono codificati, e questo rende accettabile il fatto che “loro” possano stare lì dentro in condizioni che, se invece fossero ancora considerati persone come “noi”, sarebbero inaccettabili» (A.C.). Nella categoria di clandestino finiscono le persone, i loro nomi, le loro origini, il loro percorso di vita, i motivi che le hanno spinte ad abbandonare il loro paese, le loro narrazioni, le loro soggettività. Il risultato, dunque, è un completo appiattimento delle specifiche esperienze personali e una genericità in cui queste persone rimangono imprigionate e in cui sono obbligate a riconoscersi. Ciò corrisponde ad una privazione di senso assoluta che toglie significato al dolore, alle fatiche del viaggio, alle relazioni familiari interrotte e al trauma che tutto questo comporta. Pertanto, la risignificazione di sé e del proprio vissuto diventa un passaggio essenziale, intricato e faticoso, ma indispensabile per raggiungere una qualche forma di salvezza. In sostanza, il Campo è un luogo di confinamento da cui i corpi devono liberarsi prima di sprofondare e rimanere senza memoria (Taliani, Vacchiano 2006). «Il Campo crea la gabbia e riserva trattamenti crudeli a persone che dopo mesi non sanno il motivo per cui sono dentro, non sanno quando potranno uscire e nel frattempo rimangono immerse in uno spazio privo di leggi civili, privo di senso» (A.C.).

E il personale che lavora dentro al Campo? Quanta consapevolezza possiede rispetto al ruolo che svolge? Gli operatori del settore operano, appunto, dunque agiscono modificando, su persone estremamente vulnerabili, ad esempio, somministrando loro psicofarmaci se gridano nella notte o sbattono la testa contro il muro. Certo, sono diventati pazzi o credono così facendo di attirare l’attenzione, secondo la logica della Crocerossina. Ma lei, d’altronde, non sa nulla di queste persone, non sa i loro nomi, le loro storie, da dove arrivano, perché sono scappati, e neanche le interessa troppo saperlo. Che ne sa lei, per esempio, di cosa sia l’etnopsichiatria e dei disturbi mentali che possono braccare inesorabili chi si trova lontano dal proprio contesto socioculturale. Ecco, non basta avere una propensione personale (e spesso non vi è neppure questa), ma anche specifici strumenti con i quali poter operare correttamente evitando ulteriori traumi.

Infine, i “discorsi al limite della frontiera”. Questa benedetta frontiera, o forse dovremmo dire maledetta, che produce separazioni e disagi di varia natura, spesso mal interpretati e stigmatizzati. Frontiere che non si riferiscono solo allo spazio geografico, ma anche alle dimensioni dell’identità e della memoria (Beneduce 1998). Ciò significa che l’esperienza migratoria può comportare problemi psicologici peculiari, cioè intimamente legati al transfert culturale, e questo indica in modo inequivocabile l’urgente necessità di competenze specifiche. I corpi migranti oscillano tra due mondi, il loro e quello in cui si trovano, e questo fluttuare può assumere forme di disagio terrificanti. È chiaro dunque che in questi corpi la manifestazione della malattia richiede un’interpretazione oculata e una cura specialistica. Del resto, l’antropologia intesa come sapere “di frontiera” oppure come sapere “del confine”, «significa che essa coincide (anche se con accentuazioni differenti) con una postura intellettuale decisamente “relativista”» (Fabietti 2005), cioè che comprende e fa spazio alla diversità usando con cautela le proprie categorie, anche in ambito medico. L’antropologia medica, l’etnopsichiatria e l’etnopsicologia dimostrano infatti la necessità di decolonizzare i saperi della cura e lavorano sulla costruzione di pratiche transculturali specifiche, fondamentali nella cura di pazienti immigrati (Beneduce 2007).

Alice Conti traduce tutto questo in maniera esemplare. Il senso di asfissia, di alienazione, la violenza e la sofferenza che dominano il Campo e l’esperienza delle persone che lì sono rinchiuse viene rivelato con potenza. Registri drammatici e registri ironici si alternano con grande oculatezza e con un tempismo perfetto, capace di rendere coinvolgente ogni parte dello spettacolo senza mai cadere nella retorica. La drammaticità non diventa mai tragedia e l’ironia mai comicità, tutto è calibrato, ed è esattamente questo perfetto equilibrio che rende la rappresentazione cruda e vigorosa, ma al tempo stesso pulita e onesta. Alice Conti è strepitosa. Parla di cose reali, di cose serie, di cose che ci riguardano tutti. Lei sì che è da vedere.

Il 23 e 24 febbraio “Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera” andrà in scena al Caffè della Caduta a Torino. Ogni dettaglio è consultabile alla pagina facebook di ORTIKA, la compagnia teatrale di cui Alice Conti fa parte www.facebook.com/ortikanza

Biografia ORTIKA

ORTIKA è un gruppo teatrale nomade che nasce dalla collaborazione artistica e umana tra Alice Conti – ideatrice, regista e performer, Chiara Zingariello – scrittrice, Alice Colla –disegnatrice luce, Eleonora Duse – costumista. Dal 2011 produce lavori teatrali e performativi che reinterpretano la contemporaneità in chiave fisica, visiva, musicale e tragicomica. A partire da testi della realtà, ORTIKA opera una riscrittura che sia rivoluzione di senso, che sposti lo sguardo rendendo “quotidiano ciò che e esotico ed esotico ciò che e quotidiano”. Nel 2014 con lo spettacolo ‘Chi ama brucia’ ORTIKA vince il bando Anteprima (PI), il Festival Direction Under30 (RE) e il Premio Giovani Realtà del Teatro – giuria giornalisti (UD); nel 2015 vince il Festival 20 30 (BO), nel 2017 è Selezione INBOX, Premio Sonia Bonacina 2017, e riceve il patrocinio di Amnesty International. 

Crediamo e cerchiamo di realizzare la possibilità che il teatro, come strumento di visione e reinterpretazione della realtà, sia una minuscola forma di rivoluzione.”

Biografia Alice Conti

Si forma con il Balletto Civile di Michela Lucenti (2004 – 2008). A Londra studia drammaturgia contemporanea alla Royal Academy of Dramatic Arts con Brian Stirner. Alla Biennale di Venezia 2012 e 2013 è nel workshop di Declan Donnellan. Studia e poi lavora con Emma Dante (“Carmen”), Valter Malosti (“Macbeth”), Civilleri/Lo Sicco (“Educazione Fisica”). Nel 2012 si laurea in Antropologia culturale con una tesi di ricerca sul C.I.E. E’ l’unica attrice italiana selezionata all’Ècole des Maîtres 2013 diretta da Costanza Macras, e lo spettacolo “1991. A science fiction about Central Asia” è presentato nei teatri nazionali di Italia, Portogallo, Belgio e Francia. Lavora attualmente con Claudio Autelli (“Risveglio di primavera”, “L’Insonne” – vincitore INBOX 2015, “L’Inquilino” – vincitore Fringe Napoli 2015, “Ritratto di donna araba che guarda il mare” di Davide Carnevali – vincitore Premio Riccione). Lavora inoltre con Pietro Marullo (“Nomade Romance” Theatre de Poche BX) e dal 2015 con la compagnia Zaches Teatro (“Pinocchio” finalista INBOX 2015) e Taverna Est di Sarasole Notarbartolo (“VAS”, “Danse des amantes”). Dal 2011 coordina il gruppo teatrale nomade ORTIKA con cui crea, dirige e interpreta gli spettacoli “On Incompleteness of life”, “Amy&Blake”, “Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera”, “ERINNI O del rimorso”, “Stratroia. Storia di un paese”.


Breve bibliografia di riferimento

Aime M. 2015, Senza sponda. Perché l’Italia non è più una terra d’accoglienza, Utet, Roma

Beneduce R. 1998, Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo, Franco Angeli, Milano

Beneduce R. 2007, Etnopsichiatria. Sofferenza mentale e alterità fra storia, dominio e cultura, Carocci, Roma

Fabietti U. 2005, La costruzione dei confini in antropologia. Pratiche e rappresentazioni in S. Salvatici (a cura di), Confini. Costruzioni, attraversamenti, rappresentazioni, pp. 177-186, Rubbettini, Soveria Mannelli

Taliani S., Vacchiano F. 2006, Altri corpi. Antropologia ed etnopsicologia della migrazione, Unicopoli, Milano

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