Antropologia e progetti per l’umanità: come noialtri possiamo costruire società sostenibili e persone libere.

 Spunti da “La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” (Utet, 2018) 

Marta Mosca, antropologa culturale e autrice di uno dei saggi raccolti nel volume “La cultura ci rende umani” ha curato il terzo intervento di CONdiVISIONE.


Come si coniuga l’antropologia con la costruzione di un’umanità più equa? Le dinamiche e gli eventi che caratterizzano i nostri tempi non sono sempre di facile comprensione, e proprio per questo motivo emergono interpretazioni semplicistiche e stereotipi che tendono a deformare la realtà dei fatti. La contemporaneità dunque, così complessa, richiede con una certa urgenza un approccio antropologico, vale a dire, un approccio che tenga conto prima di ogni altra cosa dell’essere umano in quanto tale e che dovrebbe essere adottato in diverse sfere del sociale: l’istruzione, il lavoro, la sanità, le politiche sociali. Ma come si fa a tenere conto dell’uomo prima di ogni altra cosa?

A quale componente occorre dare attenzione affinché l’uomo sia messo al primo posto? Bene, pensiamo innanzitutto a cosa ci rende umani, a cosa ci distingue dagli animali. Cosa ci rende umani se non la cultura? Beninteso, non la cultura interpretata in senso classico in termini di istruzione, erudizione, quella che pone una gerarchia tra colti e incolti, ma la cultura intesa in senso antropologico, quella che possiedono tutti gli esseri umani senza distinzioni. Niente come la produzione di cultura caratterizza la specie umana. Dunque gli antropologi − che si occupano appunto dell’uomo nelle sue varie dimensioni − non solo quelli che lavorano in accademia, ma anche quelli che lavorano nelle scuole, nel settore dell’accoglienza migranti, in ambito sanitario, nella formazione degli insegnanti, nella cooperazione internazionale ecc., hanno fra le mani competenze e strumenti per suggerire metodi attraverso cui costruire società più sostenibili. Gli antropologi, che si occupano delle diverse forme di umanità esistenti permanendo lunghi periodi di tempo tra le società studiate, fanno della vicinanza, ovvero, in termini tecnici, dell’osservazione partecipante, il loro principale metodo di lavoro. Questo permette di comprendere in maniera più consapevole e competente le diversità umane e culturali che attraversano la realtà sociale, e di spiegare quest’ultima non in maniera più semplice, rendendola così banale, ma in maniera più onesta e approfondita rendendola così più comprensibile.

Ecco allora che l’antropologo suggerisce, ad esempio, che non è questione di Noi e di Altri, ma di noialtri che condividiamo, volenti o nolenti, lo spazio, sia esso quello di un Stato, di una città, di un quartiere, di una strada e così via. Ma ben oltre lo spazio noialtri condividiamo un patrimonio genetico (a dispetto di coloro che a tutti i costi vogliono trovare punti di separazione), e condividiamo la capacità di costruire, di dare forma. Ebbene, questi nostri tempi, e credo sia incosciente negarlo, richiedono che tale capacità sia tesa a progettare un’umanità più equa, e gli antropologi possono dare un importante contributo soprattutto attraverso quell’antropologia pratica per il sociale che, un passo dopo l’altro, dovrà necessariamente diventare più visibile e acquisire il riconoscimento istituzionale che le spetta.


Il 17 marzo 2018 si é svolto a Torino CONdiVISIONE. Con una serie di post vorremo dare la possibilità a tutti coloro che non erano presenti e coloro i quali si fossero persi qualche pezzetto per strada di rileggere i contenuti della serata.

Gli interventi sono stati quattro:

  1. I progetti di ramodoro per una psichiatria democratica: una mostra fotografica sul progetto IESA dell’AslTo3 a cura di Raffaele Avico, psicologo psicoterapeuta
  2. Forme e spazi del dono e della condivisione nella società contemporanea. Da un progetto IESA a un progetto di co-housing per comprendere le differenze del donare e del condividere” a cura di Marco Anselmi, antropologo culturale
  3. Antropologia e progetti per l’umanità: come noialtri possiamo costruire società sostenibili e persone libere. Spunti da “La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” (Utet, 2018) a cura di Marta Mosca, antropologa culturale
  4. La vocazione interstiziale dell’antropologia culturale e la mediazione etnoclinica come lavoro di rete tra I servizi. Il progetto di uno “sportello di mediazione etnoclinica” a Biella. a cura di Eleonora Spina, antropologa culturale

Con una serie di 20 immagini potete anche ripercorrere la performance CONdiVISIONE ideata da Gigi Piana e Aurora Lo Bue.

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