Una spremuta di cielo

Foto Flickr

Bangui 1 aprile 2017

Un vento leggero addolcisce l’aspro caldo torrido che caratterizza le giornate in CAR, Repubblica Centrafricana. Mi accarezza mentre mi trovo sul balcone di casa, mentre osservo il dolce e lento susseguirsi della vita del fiume: pescatori che gettano le reti, arrancano sulle piroghe che si incagliano a causa del basso livello dell’acqua, uomini che raccolgono sacchi di terra per farne mattoni scaldandoli nei forni ai bordi delle vie, bambini che raccolgono taniche di acqua da fonti improvvisate in mezzo al pantano. Immagino cosa ci sia nell’isola in mezzo al fiume: mi sembra di vedere il brulicare della vita, di udire le voci delle persone che spingono le barche con tutte le loro energie, di sentire il profumo degli avocado mischiato all’odore dell’immondizia bruciata.

Immagino di essere uno di quegli uccelli che sorvolano il fiume. Mi unisco a loro nel volo: osservo in silenzio, in unione con il cielo, trasportata dalla lieve brezza, in perfetta armonia con la pace che contraddistingue questo tratto di cielo. Immagino cosa c’è al di là del fiume, dell’isola. La Repubblica Democratica del Congo. Posso vederla, nelle sue colline verdi lussureggianti, tra le sue foglie di mango.

Sono in pace col cielo, ma al tempo stesso mi spaventa quel che vedo a terra e quel che tutto ad un tratto posso udire: spari, fuoco, boati.

Come le nubi del cielo, la vita è docile e violenta al tempo stesso: da un lato i frutti dolci della terra, dall’altro la brutalità umana.

Una violenza che prende la forma di attacchi armati, come quello che abbiamo avuto l’altra sera in un’area della maternità dedicata a stock. Il povero guardiano di vedetta quella notte si è ritrovato muso a terra, col piede di qualche straniero schiacciato contro la sua schiena, a spingerlo giù, quasi a volerlo spedirlo ancora più all’inferno. Il peso del corpo premeva sul dorso di un uomo che cercava solo di fare il suo lavoro. Il terrore lo ha costretto al suolo, a guardare e mangiare solo la terra ancora calda dalle ore del sole della giornata, anche oltre mezz’ora dopo che i banditi se n’erano andati con il bottino.

Non ladri qualunque. Banditi, armati di machete e fucile… cose da niente, no?!

Una violenza che non cessa mai, anche dopo la fine della crisi. Una violenza che perdura, nella vita delle persone che vivono in CAR. Come se si fosse costretti a fare i conti con una circostanza di violenza continua, ciclica, infinita.

Una violenza che costringe le persone a vivere in tende improvvisate, in campi profughi nel proprio stesso paese di provenienza: sfollati, allontanati, deplacés li chiamano. Costretti a lasciare la propria casa per cercare un rifugio. Una tenda diventa più sicura della propria casa, del proprio quartiere, del proprio arrondissement. Un giaciglio fatto di polvere rossa e nylon è più sicuro. La geografia della violenza conserva in sé un fascino che è al tempo stesso inquietante e doloroso.

Nella stessa Bangui nel 2015 c’erano più di 30 siti di campi di déplacés interni, arrivando a coinvolgere migliaia di persone, bambini, donne… interi quartieri si sono spopolati e altri luoghi non-luoghi si sono costruiti in una cornice dipinta dalla violenza. La stessa violenza che è fatta di armi e al tempo stesso di costrizioni e di mancanza di accesso ai servizi. La stessa violenza da cui si fugge e che genera ed alimenta altro terrore, tangibile nelle storie di abusi sessuali che silenziosamente si fanno strada nei campi sfollati.

Ma in mezzo a tanta brutalità trovo ancora della speranza: nelle donne che al mercato accanto alla tenda UNHCR cercano di vendere pesce seccato al sole, nella volontà indomita dei colleghi che non vedono l’ora di ricominciare a prestare servizio nella maternità chiusa da un mese in seguito ad un’incursione a mano armata, nella forza di rialzarsi del guardiano attaccato qualche notte fa.

E grazie a questa forza, torno a sperare di trovare una terra serena come il cielo color arancia che dolce e silenzioso abbraccia questa giornata che sta per terminare.


Margherita partecipa come antropologa, Promotion de santé, in un progetto di Medici Senza Frontiere incentrato sulla salute materno infantile in Repubblica Centrafricana. Per un approfondimento sull’attuale situazione in RCA potete visitare la pagina di MSF dedicata al paese.

Add Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.