Quell’intrepido spirito rivoluzionario dei giovani burundesi

Nell’aprile 2015 il Burundi vedeva l’alba di una nuova crisi politica e, soprattutto, la nascita di un movimento di contestazione giovanile senza precedenti nella storia del Paese. Proprio due anni fa stavo svolgendo ricerca sul campo a Bujumbura, la capitale del Burundi, su temi relativi all’antropologia della violenza. In città esplose un’eroica rivolta popolare contro il governo, e io mi ci trovai dentro.  

Il fatto che ci siano aree specifiche del mondo su cui la violenza sembra abbattersi ripetutamente in maniera inesorabile, impone una serie di interrogativi. Quali sono i motivi per cui la violenza si genera più facilmente in alcuni luoghi rispetto ad altri? Perché, sempre in questi luoghi, si riproduce in modo così frequente? E perché assume spesso forme particolarmente macabre? La ciclicità della violenza che, tra uno spasmo di brutalità e l’altro, non concede tempi di ricostruzione sociale, risulta essere una condizione strutturale di alcune società. Vi sono intere generazioni nate e cresciute in contesti di guerra, per le quali, dunque, la violenza rientra nella quotidianità, generando non solo abitudine ma anche attitudine. In certi contesti la violenza pervade ogni dimensione sociale e intacca inevitabilmente i soggetti e le relazioni che li legano, diventando a sua volta l’unica via da percorrere per affrancarsi da condizioni di frustrazione e marginalità, come ad esempio entrare a far parte di gruppi armati o paramilizie. Dunque, ci si abitua alla violenza e si sviluppa altresì una certa inclinazione a praticarla per diversi scopi.

Credo che parlare e scrivere di violenza costituisca prima di ogni altra cosa un dovere, da compiere, beninteso, con estrema prudenza e competenza, altrimenti non si fa altro che gonfiare quelle cupe caricature dell’Altro, ancor più enfatizzate se quell’Altro è nero. Pierre Janin, facendo riferimento alla sofferenza in cui si inscrive la storia del continente africano, titola un suo articolo con un interrogativo: «L’Afrique est-elle soluble dans la violence?» (2004). Domandarsi fino a punto l’Africa si sia sciolta dentro la violenza – e il termine soluble, solubile, intende proprio esprimere un senso di dissolvimento −  è certamente legittimo, viste le atrocità dentro cui molti paesi africani sono sprofondati. Tuttavia, occorre intanto individuare le cause di tali atrocità – prima fra tutte la colonizzazione e i suoi disastri – e poi sottoporle ad un’analisi contestuale più realistica e sensata possibile, vale a dire, un’analisi che eviti di considerare la violenza e il patimento come “normalità africane”. Ma dell’Africa e dei tormenti di cui essa soffre si sa sempre troppo poco per non cedere a rappresentazioni semplicistiche, deformanti e a tratti mostruose degli africani.

Il caso del Burundi è emblematico a riguardo. Questo piccolo paese incastonato nella regione dell’Africa dei Grandi Laghi ha subito sotto la colonizzazione belga, così come il vicino Rwanda, quel macchinoso processo di costruzione dell’identità etnica che privilegiava i Tutsi ai danni degli Hutu. Il popolo burundese, che tutt’al più si definiva in base all’appartenenza clanica, si ritrovò diviso in due etnie distinte, pur parlando la stessa lingua e condividendo lo stesso codice culturale e religioso fin dall’alba dei tempi. Poi, sui criteri fisici e mentali che distinguevano gli alti, eleganti e intelligenti Tutsi, dai bassi, tozzi e sempliciotti Hutu, discendenti del popolo Hamita i primi e negri bantu i secondi, si possono leggere raccapriccianti descrizioni lasciateci da missionari, amministratori coloniali e antropologi dell’epoca. Tra questi ultimi si ricorda Jean Hiernaux e Les caractères physique des populations du Ruanda et de l’Urundi pubblicato nel 1954, in cui l’antropologo belga riporta con estrema minuzia misure di crani, nasi, labbra e quant’altro al fine di dimostrare la fondatezza dell’opera coloniale, che assegnava tutti i posti di potere ai Tutsi discriminando gli Hutu. Così, entrando sempre più in opposizione tra loro, Hutu e Tutsi diventeranno schiavi di logiche etniche mescolate a dinamiche di potere il cui risultato fu una mortale etnopolitica.

Non si intende qui addebitare ogni responsabilità al colonialismo. È evidente che i leader nazionalisti del post-indipendenza non sono esenti da colpe. Tuttavia, questi ultimi non hanno fatto altro che adottare e riadattare gli atteggiamenti e gli schemi di dominazione coloniali, andando ad invischiarsi in democrazie e multipartitismi dalle radici di carta. Sistemi privi di saldo fondamento autoctono, democrazie autoritarie che hanno tradito le aspirazioni democratiche dagli anni ’60 in poi (Guichaoua et al. 2016). Si, perché chi dice che il multipartitismo e la democrazia dell’occidente impiantati nei contesti africani possano funzionare? Le rivendicazioni identitarie e le lotte per il potere che hanno visto Hutu e Tutsi scontrarsi in massacri di tipo genocidario, confermano il totale fallimento di ciò che la colonizzazione definiva in termini di ordine e civilizzazione.

Dopo decenni di potere tutsi, massacri e violenze indicibili, tragedie sotterrate da silenzi di piombo e una lunga guerra civile scoppiata nel 1993 con l’uccisione di Melchior Ndadaye, primo presidente hutu democraticamente eletto, gli Accordi di Pace di Arusha siglati nell’agosto del 2000 diedero inizio ad una transizione democratica che sfociò nella nomina di Pierre Nkurunziza a Presidente della Repubblica nel 2005. Il suo partito, il Cndd-Fdd (Conseil national pour la défense de la démocratie-Forces pour la défense de la démocratie), ex gruppo ribelle hutu durante la guerra civile, si fa portatore di promesse democratiche tradite da subdole ideologie dittatoriali. Allo scadere dei due mandati, previsti come limite massimo dalla Costituzione e dagli Accordi di Arusha, Pierre Nkurunziza si ricandida per la terza volta nell’aprile 2015, scatenando una dura contestazione popolare.

I giovani, indiscussi protagonisti della rivolta, con gli occhi puntati sulle primavere arabe e suoi movimenti subsahariani come quelli senegalese e burkinabé − solo per citarne alcuni – si sono fatti portavoce di un dissenso maturato nei confronti di un sistema dalle chiare tendenze autoritarie, che ha fatto della violenza politica lo strumento principale di appropriazione e mantenimento del potere. Le manifestazioni di strada, inizialmente pacifiche, sono state duramente represse dalle forze di polizia e alcuni quartieri periferici della capitale si trasformarono in teatro di violenti scontri. Schiacciati dall’esclusione sociopolitica e da una latente manipolazione del discorso etnico, la partecipazione congiunta di Hutu e Tutsi al movimento di contestazione durato circa due mesi, è in assoluto il dato più rilevante in un paese come il Burundi, dove la logica dell’identità etnica ha lacerato profondamente il tessuto sociale.

L’annosa question ethnique è senza dubbio ineludibile qualora ci si voglia approcciare al contesto burundese, tuttavia, la sua analisi deve essere precisa, contestuale e diacronica. Bujumbura è stata il mio campo di ricerca e trovandomi “dentro i fatti” durante la crisi, mi è apparsa a dir poco deplorevole la facilità con cui espressioni quali genocidio, odio etnico, guerra civile e simili, venissero ripetutamente impiegate nella dialettica politica e mediatica, e strumentalizzate in maniera differente a seconda che questa fosse destinata a un pubblico locale o internazionale. Come se a certi Paesi l’attenzione fosse concessa solo a patto di vedere sventolati a chiare lettere termini che sanno di tragedia, tanto sensazionalistici quanto imprudenti. Il trattamento grossolano dei dati storici, antropologici e politici, unito alla noncuranza rispetto alla dimensione del trauma, si traducono nell’utilizzo sconsiderato di termini drammaticamente evocativi. La questione etnica certamente esiste e persiste, ma occorre distinguerne i tempi storici, le modalità, i livelli a cui opera, i suoi agenti e soprattutto tentare di spiegarla con consapevolezza.   

Il postcolonialismo, come ci ha illustrato Achille Mbembe (2005) in maniera brillante, è stato traumatico in tutta l’Africa e alcune zone in particolar modo sono diventate vere e proprie polveriere in mano a poteri locali autoritari smaniosi di intessere forti legami con i cosiddetti warlords, i signori della guerra (Ercolessi 2002). I sanguinosi massacri che hanno segnato la storia postcoloniale del Burundi e la lunga guerra civile scoppiata nel 1993, hanno prodotto un sedimento di dolore e patimento collettivo che sembrava aver trovato una via di guarigione nel processo di democratizzazione avviato negli anni 2000. E invece le speranze vengono nuovamente disilluse. La crisi del 2015 è il risultato dell’autoritarismo statale a cui le giovani e giovanissime generazioni, quelle che non hanno avuto esperienza diretta della guerra civile, hanno reagito tentando di rovesciarlo. «On est en train de faire la révolution», echeggiavano i ragazzi dei quartieri infuocai di Bujumbura. La contestazione di strada, l’appropriazione dello spazio pubblico, la presenza fisica nei quartieri − cioè i luoghi dove quotidianamente si costruiscono le relazioni − ha rappresentato un tentativo di politica dal basso e, per i giovani in particolar modo, una forma di riscatto dalla loro condizione di invisibilità.

L’estremo fervore e la tenacia del movimento di contestazione, tuttavia, non sono bastati a renderlo vittorioso. Si sognava una trionfale destituzione di Pierre Nkurunziza, che invece, noncurante delle severe critiche provenienti da ogni dove e completamente sordo di fronte alla dilagante protesta giovanile, mantiene la poltrona riaprendo drammaticamente il varco della violenza, del terrore e delle fughe di massa. Ma questa gioventù può davvero essere considerata una schiera di esclusi? O è piuttosto una schiera di eroi? L’eterogeneità etnica del movimento non configura già di per sé un successo, soprattutto in un contesto come quello burundese? Questa gioventù inascoltata e lasciata ai margini, mi sembra tutt’altro che incapace e coloro che non hanno vissuto direttamente la guerra ora tentano nuove rivoluzioni. Insomma, la resistenza, la coscientizzazione politica e la creatività dei giovani non solo burundesi ma africani in generale, mi sembrano indici di cambiamento. Poi certo, sugli spietati interessi politico-economici mondiali che divorano il continente e le sue risorse ostacolando tale cambiamento, ci sarebbe molto altro da scrivere.

Breve bibliografia di riferimento

Ercolessi M. C. (a cura di) 2002, I signori della guerra. Stati e micropolitica dei conflitti,  L’Ancora del Mediterraneo, Napoli

Guichaoua A., Ntakarutimana E., Straus S. 2016, Aspirations démocratiques et «démocraties autoritaires» en Afrique Centrale, in Revue Tiers Monde, Vol. 4, n. 228, pp. 9-21

Hiernaux J. 1954, Les caractères physique des populations du Ruanda et de l’Urundi, Institut Royal des Sciences naturelles de Belgique, Bruxelles

Janin P. 2004, L’Afrique est-elle soluble dans la violence ?, in Revue Tiers Monde, Vol. 45, n. 180, pp. 889-896

Mbembe A. 2005, Postcolonialismo, Meltemi, Roma


Marta Mosca è Dottore di ricerca in Antropologia. Conosce il contesto burundese da diversi anni. In Burundi aveva già svolto ricerca per la tesi di laurea magistrale, conseguita all’Università degli Studi di Torino, con un lavoro poi pubblicato da Mimesis nel 2014 con il titolo In nome dell’etnia. Costruzioni identitarie e genocidio in Burundi. Successivamente ha lavorato in Senegal nell’ambito della Cooperazione Internazionale, per poi tonare in accademia torinese dove ha ottenuto un Dottorato di ricerca in Scienze Antropologiche. Ha svolto l’ultima ricerca sul campo nel 2015 a Bujumbura, la capitale del Burundi, durante le travagliate elezioni presidenziali, dove si è occupata principalmente di antropologia della violenza. Lavora inoltre su questioni legate ai temi dell’identità, dell’etnia e dei giovani.

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