Storia di un’iniziazione

Ho conosciuto Luis Devin ad un workshop di Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale un paio di anni fa, a Torino. Non sapevo che fosse narratore, ricercatore, antropologo della musica, etnomusicologo. In un contesto come quello ci si dà del tu, si apprendono i nomi dei compagni di esperienza, si comunica molto, e a fondo, ma con poche parole. Si va all’essenziale, le etichette professionali non sono fondamentali per qualificare la persona, arrivano dopo – se e quando arrivano. Ho scoperto degli interessi di Luis Devin a distanza di tempo, quando una compagna di scuola di DMT-ER mi ha regalato questo suo libro, pensando – bene – che potesse essere nelle mie corde. Ed è stato come conoscerlo una seconda volta, ri-conoscerlo, appunto.

La foresta ti ha (2012, LIT Edizioni) si legge d’un fiato. É insieme romanzo autobiografico, libro di avventura, analisi antropologica, report di denuncia. Ma è soprattutto la testimonianza autentica dell’accoglienza dell’autore in un clan di pigmei Baka (Camerun, 2000), attraverso un percorso iniziatico di morte e rinascita, dove la foresta, più che cornice del racconto, è protagonista, maestra, plasmatrice dell’umanità che la abita.

Di foresta è pregna la narrazione dell’autore, nelle qualità espressive, oltre che nei contenuti.

Ti stringe a sé, ti protegge. Ti striscia sui piedi e ti vola addosso, ti graffia. Ti nuota intorno quando entri nell’acqua…E un po’ alla volta ti trasforma. Ti inghiotte e comincia ad assorbirti…ti digerisce (p.180).

Entri nel suo ventre, cammini per mesi sulla sua pelle. Sprofondi dentro di lei. E mentre diventi parte della foresta, la foresta diventa parte di te. Qualcosa di lei ti s’impiglia nell’anima. La foresta ti ha (p.185).

Luis Devin si appassiona all’antropologia grazie a Francesco Remotti. Ogni studente di antropologia dell’ultima decade si potrà riconoscere nelle prime pagine del libro, dove ben si descrive l’atmosfera delle aule magne di Palazzo Nuovo, la vecchia sede delle discipline universitarie umanistiche di Torino, gremite di studenti in genere molto silenziosi quando

«Il professore parlava dell’uomo come animale incompiuto. Della sua cronica incompletezza. Nell’aula a gradoni con centinaia di studenti fin sulle scale. Non un fiato. Non un bisbiglio (p.10).

Luis Devin parte per la sua ricerca con entusiasmo. Di per sé l’esperienza sul campo, la prima in particolar modo, è sempre un’iniziazione. Il lettore non può non compartecipare all’emozione che investe la minuziosità dei preparativi per la partenza, e l’autore ha la capacità di traghettare chi legge per tutta la narrazione.

Lo sguardo di Luis Devin è curioso e attento. Possiede una disponibilità fanciullesca alla sorpresa, non teme lo straniamento e la fatica. Decide di immergersi senza sconti in un mondo Altro.

“Hai lasciato la tua foresta per venire a vivere nella nostra foresta…è una bella cosa” (p. 15), gli dice un anziano. Il rispetto per la forma di umanità e per l’ambiente che incontra, gli permette di guadagnare rispetto. A tal punto da essere incluso in un gruppo di giovani iniziandi.

L’incedere verso il rito di passaggio, che segnerà l’ingresso ufficiale dell’autore nella comunità che lo ospita, procede con una narrazione avvincente: dell’esperienza di Luis, il lettore arriva a vedere immagini, a percepire sensazioni, colori, perfino odori. La morte simbolica che l’autore affronta insieme agli altri iniziandi non risparmia la dimensione corporea, la sofferenza fisica, il timore dell’ignoto. L’antropologo potrà leggere nel percorso la fase della separazione, il margine, la riaggregazione, come da manuale. Ma potrà anche sentire le risonanze della conflittualità di chi è immerso nella totalità dell’esperienza e al contempo tenta di comprendere, capire, nominare, spiegare, rendere familiare l’estraneo in base alle proprie categorie nosologiche. L’autore sembra arrivare ad affermare che il misticismo e la segretezza dell’iniziazione si svelano soltanto a chi accetta di tuffarsi tout court nell’esperienza. E Luis Devin lo fa con l’umiltà di un discepolo, che si lascia insegnare, e si lascia trasformare. Le esigenze accademiche cedono allora il passo a qualcosa di più “essenziale”.

[…] Mi viene a parlare il mio fratello d’iniziazione. Dice che quando tornerò mi insegna a raccogliere il miele sugli alberi. Faccio sì con la testa. Saluto tutti con la mano, cercando di spingere fuori dalla bocca qualche parola, ma non vuole uscire. E poi arriva. Ngo-là, la chiamano, l’acqua degli occhi. Ed è il momento più vero di ogni ricerca sul campo, quando le parole non servono più. Quando ti accorgi che tutto è cambiato (p. 184).

Il viaggio profondo dell’autore è fatto anche di sguardi – forse non predominanti ma significativamente presenti – a ciò che il “progresso” ha innescato nell’ambiente naturale e umano che Luis Devin attraversa: il problema della deforestazione, della sedentarizzazione forzata, dello sfruttamento, della prostituzione, dei razzismi e dell’acre conflittualità tra pigmei Baka e popolazioni bantu, l’alcolismo e le epidemie dilaganti.

La foresta non è esente dalle trasformazioni del cosiddetto sviluppo che coinvolgono e stravolgono l’Africa Centrale. Lungo un percorso narrativo che non teme la soggettività, non viene tuttavia trascurata una visione di insieme, una prospettiva grandangolare che riesce a non affogare nel solipsismo dell’esperienza individuale o nelle narrazioni esotizzanti melliflue e inautentiche. Queste attenzioni fanno del libro di Luis Devin un libro intelligente, oltre che emozionante.

Notizie sull’autore

Luis Devin è antropologo, scrittore, diplomato al Conservatorio di Torino; ha conseguito un Dottorato di Ricerca  in Etnomusicologia con una tesi sulla musica Baka. Ha svolto ricerche etnografiche ed etnomusicologiche in Africa Centrale, prima come membro della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale e poi nell’ambito del dottorato, studiando in particolare la musica, i rituali tradizionali, e le strategie di sopravvivenza dei Baka e di altri gruppi pigmei del bacino occidentale del Congo. E’ del 2016 il suo nuovo libro Ai confini del gusto. Viaggio straordinario fra i cibi più insoliti della terra, edito da Sonzogno. L’idea di questo viaggio alla ricerca delle tradizioni culinarie più improbabili gli è venuta mangiando termiti e coleotteri con i suoi amici della foresta. Ulteriori notizie sull’autore, con i suoi reportage fotografici e i suoi racconti, si trovano sul suo sito web


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