Dentro l’Epifania

Andrea Mantegna, “Adorazione dei Magi”, databile 1497-1500, conservato in Getty Museum di Los Angeles

Epifania e etnocentrismo. Alfonso Maria di Nola spiega la leggenda dei Re Magi.

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, tre figure si avvicinano alla natività. Tre uomini in abiti regali e carichi di doni la cui provenienza e la cui storia si perde nell’oblio del tempo e della leggenda.

Alfonso Maria di Nola racconta dell’evoluzione del racconto dell’arrivo dei Magi nel presepe in un interessante articolo dal titolo I Re Magi e il trionfo sul “diverso”, apparso sull’edizione de La Repubblica del 6 gennaio del 1978 ripercorrendo una narrazione che va indietro nel tempo fino alla mitologia greca (Di Nola ha anche curato la traduzione in italiano e commentato La storia dei Re Magi di Giovanni Hildesheim – Vallecchi, Firenze, 1966).

È la scomparsa del camino al centro delle case moderne a cancellare l’Epifania prima ancora che lo facesse ufficialmente il calendario dei nostri impegni quotidiani. Le calze non possono più essere appese davanti al focolare, eppure si trattava di una delle feste più antiche e significative, che aveva mutuato nel cristianesimo la mitologia pagana, il manifestarsi annuale di Apollo celebrato in Grecia. Epifania era detto il rituale d’entrata di principi e re nelle città, nel suo fasto e nella sua potenza terrena. Il riferimento ai bambini che attendono i doni, era stato aggiunto nel cristianesimo, forse una ripetizione mediterranea della tradizione nordica di Santa Klaus o la coincidenza morti – doni per cui i defunti tornano, all’Epifania, nelle loro tombe (in Sicilia si offrono ai bambini dolci di pasta di mandorla a forma di ossa e scheletri). O, ancora, la vicinanza temporale della festa dei santi innocenti viva ancora fino al XVI secolo.

Ma l’Epifania evangelica è tutt’altro: è la venuta al mondo di Gesù, apparizione eccezionale di un bambino che nella narrazione neo-testamentaria si perderà in lunghi anni di silenzio e di oblio. Solo Matteo registra l’evento dell’arrivo del Magi, che non sono tre e nemmeno re, ma astrologi provenienti da una terra lontana che, guidati dalla stella cometa, giungono presso il bambino dopo aver percorso un itinerario geograficamente poco attendibile. Portano in dono incenso, oro e mirra che secondo l’interpretazione posteriore, significano la divinità, la regalità e l’umanità (mortale) dell’infante. Sulle poche informazioni fornite dall’evangelista, i secoli del Medioevo intessono meraviglie e prodigi. La narrazione medioevale giunge al proprio culmine nella Historia Trium Regum di Giovanni da Hildesheim (XIV secolo). Ma, prima ancora, nel V secolo, un’opera siriaca (il Libro della caverna dei tesori) i Magi sono re e assumono il nome di Hormidz, sovrano di Persia, Kazdegerd, principe di Saba, e Peroz, re di Seba. Dopo aver fatto visita a Gesù Bambino, tornano ai loro regni lungo la via del deserto. In un altro scritto difficilmente databile, l’Opus imperfectum in Mathaeum, i Magi sono dodici astrologi che scrutano il firmamento da il Vaus, una montagna mitica in un Oriente immaginario. Dopo due anni di viaggio, giungono alla grotta senza che i loro averi e viveri vengano mai a mancare, tornati alle loto terre iniziano la predicazione delle meraviglie viste e si uniscono all’apostolo Tommaso giunto in India dopo l’ascensione del Signore.

 

In un’altro racconto, la Cronana di Zuqnin (VII secolo) i Magi riappaiono, sono dodici saggi e re della regione di Syr «la quale è fuori di tutto l’oriente abitato… dove dimorava il grande Adamo». Apprendono della nascita di Gesù dal Libro dei Misteri Occulti scritto dal personaggio biblico Seth. Giunti a Gerusalemme in primavera, a Betlemme depongono le loro corone ai piedi del Bambino che li incarica di illuminare l’Oriente con l’annuncio del Vangelo.

Alfonso Maria di Nola, chiude l’analisi tornando all’opera di Hildestein in cui diversi racconti tradizionali «si fondono in una narrazione unitaria connessa ai sincretismi irano-caldaici e alla recente cronaca dell’invasione tartara». I Magi, tornati ai loro regni, avrebbero dato origine a dinastie regali e sacerdotali che dominavano le tre Indie della geografia medioevale. Avrebbero predicato il cristianesimo presso diverse popolazioni in Cina, Persia e Etiopia, scoprendo nelle religioni dei popoli visitati le prefigurazioni del messaggio evangelico. Elena, madre di Costantino, avrebbe portato prima a Milano e poi a Colonia le reliquie dei loro corpi provocando, secondo una spiegazione ingenua di un evento storico visto nel XIII secolo come apocalittico, l’invasione tartara.

Di Nola suggerisce che, questa strana storia dei Magi, caratterizza «un momento decisamente negativo della condizione umana». La leggenda pare la ripetizione mitica della tesi hegeliana della superiorità del cristianesimo come culmine della storia dello Spirito. «Iran, Cina, Etiopia, nelle loro diversità, sono giustificati nella misura in cui i loro patrimoni culturali sono interpretabili come preannunzi ed attese di una verità annunciata esclusivamente dal verbo cristiano. I Magi, che convergono per diverse vie alla grotta, sono i testimoni di altre fedi e di altre visioni del mondo, che svaniscono nell’illuminazione dell’unica verità».

Messa da parte l’interpretazione, forse ingenua, dell’arrivo dei Magi come apertura egualitaria del messaggio rivoluzionario di Gesù rivolto a tutti i popoli del mondo, l’Epifania pare riaffermare l’emarginazione delle diversità intese come identificazione storica delle condizioni umane. E allora, la scomparsa dell’Epifania, da un punto di vista laico e secondo le parole di Nola, si configura come il declino dell’etnocentrismo.

L’Epifania etiope, il Timkat

Secondo un’antica leggenda l’Arca dell’Alleanza, il mitico scrigno contenente le Tavole della Legge, prima conservata nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, venne trafugata dal figlio di Salomone e di Saba, regina di Axum e portata in Etiopia.

Sono passati più di tremila anni ma ancora oggi, in Etiopia, il culto dell’Arca è fortemente sentito da coinvolgere migliaia di persone in occasione del Timkat (Battesimo), una delle più importanti cerimonie del calendario liturgico etiopico. La celebrazione, meglio nota come Epifania etiope, che solitamente cade il 19 gennaio, viene festeggiata dodici giorni dopo il Natale copto e funge da rievocazione del battesimo di Cristo nel Giordano da parte di Giovanni il Battista.

I rituali hanno inizio il giorno della Keterà, la Vigilia del Timkat, quando riproduzioni delle Tabot (le Tavole Sacre con i Dieci Comandamenti) vengono portate in processione in tutto il paese coperte da drappi colorati. Canti e balli ritmati da tamburi, corni e sistri accompagnano questo pellegrinaggio per tutto il paese fino alla vasca battesimale. All’alba del giorno successivo i sacerdoti cospargono con l’acqua benedetta le tabot, le croci, gli oggetti sacri e le persone presenti che per l’occasione si immergono nell’acqua richiamando il rito del battesimo nel Giordano. È l’inizio del Timkat, l’atmosfera che si respira è magica e per le strade un susseguirsi di nenie, litanie, musiche, danze, preghiere e processioni durano fino a sera. Dopo le cerimonie di abluzione, si festeggia San Michele Arcangelo e le Tavole riprendono, in lenta processione, la via di ritorno verso le chiese dove verranno custodite fino al Timkat dell’anno successivo.

TUTTE LE IMMAGINI DI QUESTO ARTICOLO RAPPRESENTANO LE CELEBRAZIONI DEL TIMKAT A GOBA, OROMIA REGION, ETIOPIA. FOTOGRAFIE E DIRITTI DI MARCO ANSELMI.

Davanti a simili rituali lo sguardo occidentale resta spesso confuso, “qui io non colgo alcuna vitalità spirituale” , scriveva, infatti, Devla Murphy (D. Murphy: 2000, 142); il Timkat appare come una processione pittoresca: un’orgia di canti e balli per una giornata di vacanza condita da eccessi alimentari, alcolici o sessuali, dove il Battesimo di Cristo viene rivissuto in una maniera totalmente trasgressiva. Allontanando ogni visione etnocentrica, il significato della festa è in realtà molto più profondo: il battesimo è associato all’acqua e questo elemento è da sempre simbolo di purificazione e fertilità. Secondo la credenza le acque in cui ci si immerge durante le celebrazioni sono in grado di favorire gravidanze e arrecare floridità alle terre che bagnano. Non a caso la festa si celebra a gennaio, che in Etiopia è il mese più secco dell’anno e spesso soggetto a gravi siccità. L’Epifania etiope appare quindi come un’invocazione della pioggia e ricorda di molto i rituali magici propiziatori raccontati da James Frazer nella sua opera il Ramo d’oro. Luogo simbolo dell’immersione nelle acque sacre, sono i Bagni di Fasilidas di Gondar (città del nord Etiopia). Probabilmente fin dalla loro costruzione i Bagni di Fasilidas hanno assunto questa funzione propiziatoria-purificatrice e considerando che questi furono edificati nel XVII sec. dai navigatori portoghesi che attraversavano l’Oceano Indiano è facile scorgere in questi l’influenza del culto dell’immersione nelle acque sacre del Gange in India.

La religiosità etiopica si rivela spesso come un ibridismo composto da tradizioni bibliche, magismo, tradizioni popolari e prestiti di altre culture. Il Timkat sembra essere una sovrastruttura aggiunta ad antichi riti pagani precristiani e gli elementi della festa orgiastica o dell’invocazione propiziatoria sembrano confermare tale tesi.

Approfondimento curato da Erika Grasso e Marco Anselmi

Bibliografia:

  • Devla Murphy, In Etiopia con il mulo, 2000, EDT Edizioni.
  • James Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e sulla religione, 2009, Newton Compton.
  • Marco De Paoli, Etiopia, lontano dall’Occidente. Un pezzo di vita e uno studio storico e antropologico, 2011, Mimesis Edizioni.

Sitografria:

Add Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.