Oasi – Lettere dal deserto di Gibson

Il popolo Ngaanyatjarra ha per lungo tempo abitato una fra le zone del pianeta più inospitali all’uomo e lo ha fatto con risultati a dir poco sorprendenti. Uno degli elementi essenziali a questo successo è stato senz’altro la mobilità, l’essere semi-nomadi, lo spostarsi regolarmente seppur (o a maggior ragione) mantenendo un forte attaccamento e legame alla propria terra.

Questa tendenza alla mobilità caratterizza ancora oggi i gruppi di quest’area, che in varie misure si spostano regolarmente, nonostante le avversità ambientali e le difficoltà economiche, mostrando uno scarso attaccamento ai beni materiali e allo stile di vita sedentario. Per esempio: dopo un lutto si abbandona la propria abitazione e ci si stabilisce in una nuova; ci si sposta dalla comunità alla città e viceversa per svariati motivi (a volte non si fa ritorno alla comunità per settimane o mesi); o semplicemente si va a caccia e si campeggia nel bush (steppa o deserto) per qualche giorno. In tutto ciò ci si lascia alle spalle ogni cosa che non sia indispensabile all’occorrenza, al viaggio, nell’immediato. Molti oggetti vengono smarriti e spesso si fa rientro con veicoli, equipaggiamento e strumenti differenti. Fino a non molto tempo fa, gli spostamenti erano più complessi e faticosi rispetto al presente. La mobilità seguiva traiettorie ben precise, funzionali alla vita sociale e molto delicate in termini di sopravvivenza. Queste vie non erano percorse dagli Yultju (automobili, generalmente Toyota 4×4), ma camminando.