Il profumo del tempo: Byung Chul-Han

Una crisi del tempo, una crisi identitaria

Nel suo libro Il profumo del tempo, il filosofo coreano Byung Chul-Han riflette sulla contemporaneità, e su come il tempo sia vissuto in questa epoca.

L’autore sottolinea come si stia fuoriuscendo in questi anni da una fase di estrema accelerazione temporale, sviluppatasi di pari passo con la rivoluzione digitale in corso che ha frammentato il tempo e reso precario il cosiddetto “span” di attenzione, cioè la capacità umana di tenere viva l’attenzione su un singolo compito. Il libro è molto corto ma molto potente. 

Il filosofo parte da una breve analisi storica sull’origine di questo senso di precarietà, a partire dalla nascita dell’epoca dei “lumi”, che proiettava l’individuo, con la sua sola ragione, nel futuro, consegnando il destino umano nelle sue stesse mani, alla sua stessa ragione, di fatto però incarnando la profezia nietzschiana sulla morte di Dio. Il progresso sembrò rappresentare il motore del destino, fino al momento presente: dopo un’accelerazione continua, ruggente, giungiamo oggi a un senso di “avere sempre fretta, ma senza sapere cosa fare o dove andare”. Questo viene attribuito dall’autore a un’atomizzazione, una frammentazione del tempo, che ha perso la sua forma di “linea” per assumere forma di nugolo di “punti”, una forma di arcipelago sulle quali isole gli uomini tentano di saltare continuamente, e di saltare “ovunque allo stesso tempo”. 

La vocazione interstiziale dell’antropologia culturale e la mediazione etnoclinica come lavoro di rete tra I servizi.

Il progetto di uno “sportello di mediazione etnoclinica” a Biella a cura di Eleonora Spina, antropologa culturale.

L’ultimo intervento di CONdiVISIONE parte dal racconto di un’esperienza vissuta e da un progetto che ramodoro ha particolarmente a cuore.


Per presentare la maniera in cui tento di fare antropologia lavorando come mediatrice etnoclinica – che è poi la forma in cui personalmente provo a calare le teorie antorpologiche nella concretezza di una pratica professionale quotidiana, con tutte le mediazioni e compromessi che quest’operazione esige – non posso che cominciare dalla storia di un altro, mantendomi così fedele a quell’intuizione dell’antropologia per cui non si conosce se stessi se non nella relazione dialettica, spesso faticosa ed accidentata, con l’altro da sè.

Il protagonista della vicenda è un uomo maliano che nel 2008 lascia il suo villaggio per cercare lavoro in una grande e conosciuta città del Nord, Gao, non distante dal confine col Niger. Quando nel 2012 la regione diventa teatro dei cruenti scontri assurti agli onori della cronaca internazionale, anche il nostro uomo è fatto oggetto di violenze ed è costretto ad assistere impotente ai soprusi inflitti ad una delle due mogli. A seguito di questo episodio fugge dal Paese e, dopo un viaggio estremamente lungo ed accidentato, raggiunge infine la Libia. Qui, dopo mesi di detenzione nelle famigerate carceri libiche, riesce ad imbracarsi e a raggiungere l’Italia

Antropologia e progetti per l’umanità: come noialtri possiamo costruire società sostenibili e persone libere.

 Spunti da “La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” (Utet, 2018) 

Marta Mosca, antropologa culturale e autrice di uno dei saggi raccolti nel volume “La cultura ci rende umani” ha curato il terzo intervento di CONdiVISIONE.


Come si coniuga l’antropologia con la costruzione di un’umanità più equa? Le dinamiche e gli eventi che caratterizzano i nostri tempi non sono sempre di facile comprensione, e proprio per questo motivo emergono interpretazioni semplicistiche e stereotipi che tendono a deformare la realtà dei fatti. La contemporaneità dunque, così complessa, richiede con una certa urgenza un approccio antropologico, vale a dire, un approccio che tenga conto prima di ogni altra cosa dell’essere umano in quanto tale e che dovrebbe essere adottato in diverse sfere del sociale: l’istruzione, il lavoro, la sanità, le politiche sociali. Ma come si fa a tenere conto dell’uomo prima di ogni altra cosa?

Forme e spazi del dono e della condivisione nella società contemporanea

 

Da un progetto IESA a un progetto di co-housing per comprendere le differenze del donare e del condividere.

Marco Anselmi, antropologo culturale

Il dono viene in genere contrapposto al mercato. Il primo sarebbe fondato sulla reciprocità, sulla fiducia, sulla relazione; lo scambio di mercato, viceversa, sull’interesse, sull’egoismo e sul calcolo. Questa polarità si sta tuttavia rivelando problematica, è necessario a questo punto introdurre una terza possibilità, la condivisione. Pratica nascosta e poco analizzata negli studi antropologici, la condivisione appare tuttavia costitutiva dell’umanità e di tanti aspetti della contemporaneità.

CONdiVISIONE – Gli interventi

CONdiVISIONE ha preso le mosse dall’esperienza corporea, una performance che potete riassaporare attraverso il servizio fotografico realizzato durante la serata, la seconda parte dell’evento é stata dedicata al confronto teorico e al dialogo con il pubblico. Il filo rosso degli interventi é stata proprio la parola “condivisione”: abbiamo provato a illustrare da diversi punti di vista e seguendo diversi progetti dell’associazione cosa significa oggi condividere e fare antropologia.

Con una serie di post vorremo dare la possibilità a tutti coloro che non erano presenti e coloro i quali si fossero persi qualche pezzetto per strada di rileggere i contenuti della serata.