Il Natale sul banco degli imputati

Anche quest’anno arriva il Natale e anche quest’anno arrivano le polemiche. L’ultimo esempio a Bollate, dove nel presepe realizzato in una scuola elementare, la capanna è stata sostituita da un barcone e ha scatenato commenti da parte della sezione locale della Lega Nord.

In realtà è il Natale, e il modo in cui lo festeggiamo, ad essere ogni anno l’occasione per una discussione sull'”originalità” della celebrazione e il “vero senso” della festa.

Quest’anno ramodoro vuole farvi i migliori auguri per le feste in arrivo riproponendo alcuni passi di un breve saggio di Claude Lévi-strauss intitolato “Babbo Natale giustiziato” (in originale “Le Père Noël supplicié“, apparso nel 1952 sulla rivista Les Tempes Modernes).

Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

L’uomo in movimento: L’Irlanda, la patata e le coffin-boats

Foto: Smythe Richbourg/Flickr

Dopo aver guardato ai movimenti di lavoratori tra aree diverse dell’impero coloniale, torniamo nell’Europa del XIX secolo. In particolare, sbarchiamo in uno dei suoi angoli di confine: l’Irlanda.

L’Irlanda, con l’Italia, detiene il primato per il numero di migranti che, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX, lasciarono il proprio Paese in cerca di salvezza e fortuna nel continente americano. Nel più ampio panorama delle migrazioni internazionali dal Vecchio Continente, la vicenda irlandese assume le tinte di una delle peggiori tragedie, non solo della storia dell’isola, ma dell’Europa tutta. La Grande Carestia (1845-1852), infatti,  falciò circa un milione e mezzo di vite e determinò l’emigrazione di circa un milione di irlandesi. Per un Paese che nel 1845, prima della tragedia, contava otto milioni di abitanti, la Grande Carestia determinò mutamenti sociali ed economici di non poco conto e fece sì che le dimensioni della povertà, della morte e della partenza siano esperienza comune nelle storie della quasi totalità delle famiglie irlandesi. Inoltre, la memoria della tragedia ha animato un acceso dibattito storico e politico rispetto al ruolo che la Gran Bretagna ricoprì nel concorrere e “gestire” quella che fu una vera e propria catastrofe umanitaria.

Second Skin – Hospital Uganda

Il corpo è per l’uomo il primo luogo in cui si manifesta lo stupore di essere se stessi.
D. Le Breton

Dall’11 al 21 ottobre 2017 è stato possibile visitare la mostra Second Skin – Hospital Uganda, a cura di Cute Project Onlus & Colezionissima, presso la Galleria Accademia di Torino. La mostra raccoglieva le opere, le fotografie e i testi di Gigi Piana, realizzate durante la missione di Cute Project Onlus a Fort Portal in Uganda a fine del 2016.

Che cosa ci faceva un artista visivo nell’equipe di medici chirurghi e anestesisti incaricati di svolgere una missione umanitaria per la cura e la ricostituzione di corpi lesionati da ustioni?

Probabilmente la motivazione è la stessa per la quale Gigi Piana, artista visivo e performer, è parte attiva di un’associazione formata per lo più da antropologi culturali, orientati al fare antropologia, oltre che a teorizzarla. L’etimo della parola chirurgia è “operare con le proprie mani”, e ha molto a che vedere con l’etimo di arte, che rimanda alla “capacità di agire e di produrre secondo un complesso di regole e di esperienze tecniche e conoscitive”, recita l’enciclopedia Treccani. L’antropologia medica da anni riafferma la centralità del corpo e delle sue tecniche, delle sue abitudini socialmente acquisite, dei suoi modi di soffrire e di curarsi, in un processo che procede dall’esperienza sensoriale per andare ad organizzare sistemi di significato rispetto al proprio essere al mondo.

Essere antropologa: voci fuori dal campo

Le foto di questo post sono state scattate durante la ricerca di campo di Marta.
Coloro che compaiono nelle immagini sono persone con cui Marta ha vissuto e suoi interlocutori durante la ricerca.

Premetto che questo pezzo non ha nulla di scientifico. È piuttosto un flusso di coscienza. Non sono Lara Croft, sono antropologa. Innanzitutto Lara Croft è archeologa, e questa è una prima questione da chiarire vista la confusione di molti in merito alla differenza tra archeologia e antropologia. Per intenderci, non mi occupo dei morti ma dei vivi. In secondo luogo, il mio lavoro sul campo non consiste in funamboliche esplorazioni di luoghi sperduti in cui sarei solita aggirarmi furtiva in tenuta mimetica e armata di arco, frecce e pugnali per difendermi da attacchi nemici. No. Che sia in Africa o altrove, il mio è un lavoro di ricerca approfondita e di osservazione partecipante, fondata sull’abitare i luoghi oggetto di studio e sul costruire relazioni di empatia con le persone che quei luoghi li abitano dall’alba dei tempi.