Fascismo alimentare

Foto: JudithTB

“Dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei”

Gastronomo e politico francese Jean Anthelme Brillat-Savarin.

Quando si vive all’estero, la domanda “Cosa ti manca di più dell’Italia?” diventa ricorrente e la risposta molto spesso include una lunga lista di pietanze. Certo, in un mondo globalizzato trovare certe leccornie non è impossibile, anche lontano da casa, ma spesso quelle pietanze che erano parte della quotidianità, all’estero diventano concessioni saltuarie, piccoli eventi per celebrare o curare la nostalgia, spezzando una nuova routine che coinvolge anche l’ambito alimentare.

Lévi-Strauss ne “Il crudo e il cotto” individua proprio nel passaggio dal cibo crudo al cibo cotto la corrispondente articolazione tra natura e cultura. Se tutti gli animali mangiano, noi siamo l’eccezione che cucina. I cibi non sono solo nutrienti necessari alla vita, ma divengono simboli, portatori di significati culturalmente definiti.

Quell’intrepido spirito rivoluzionario dei giovani burundesi

Nell’aprile 2015 il Burundi vedeva l’alba di una nuova crisi politica e, soprattutto, la nascita di un movimento di contestazione giovanile senza precedenti nella storia del Paese. Proprio due anni fa stavo svolgendo ricerca sul campo a Bujumbura, la capitale del Burundi, su temi relativi all’antropologia della violenza. In città esplose un’eroica rivolta popolare contro il governo, e io mi ci trovai dentro.  

Il fatto che ci siano aree specifiche del mondo su cui la violenza sembra abbattersi ripetutamente in maniera inesorabile, impone una serie di interrogativi. Quali sono i motivi per cui la violenza si genera più facilmente in alcuni luoghi rispetto ad altri? Perché, sempre in questi luoghi, si riproduce in modo così frequente? E perché assume spesso forme particolarmente macabre? La ciclicità della violenza che, tra uno spasmo di brutalità e l’altro, non concede tempi di ricostruzione sociale, risulta essere una condizione strutturale di alcune società. Vi sono intere generazioni nate e cresciute in contesti di guerra, per le quali, dunque, la violenza rientra nella quotidianità, generando non solo abitudine ma anche attitudine. In certi contesti la violenza pervade ogni dimensione sociale e intacca inevitabilmente i soggetti e le relazioni che li legano, diventando a sua volta l’unica via da percorrere per affrancarsi da condizioni di frustrazione e marginalità, come ad esempio entrare a far parte di gruppi armati o paramilizie. Dunque, ci si abitua alla violenza e si sviluppa altresì una certa inclinazione a praticarla per diversi scopi.

Jean Piaget e la Sharing Economy

Foto: Alan Levine

Assimilazione e accomodamento

Nella sua carriera di biologo e psicologo infantile, Jean Piaget approfondì la psicologia infantile come nessuno aveva fatto in precedenza, partendo dall’osservazione dei suoi stessi figli. Diede una formulazione organica degli stadi, delle sequenze e dei movimenti di sviluppo del bambino a partire dalla sua nascita. Per esempio osservò come i bambini, partendo da movimenti da lui definiti circolari, imparassero a costruire schemi di movimento partendo da gesti e incidenti casuali, non intenzionali. Nel corso dello sviluppo, Piaget osservò come il movimento fosse appreso, costruito tramite prove ed errori, fino a raffinarlo e asservirlo alla mente del bambino stesso in fase di crescita.

Letture sul campo: Il giovane antropologo

Spesso in antropologia si privilegia l’insegnamento della teoria piuttosto che la discussione sulla metodologia di campo, tanto che anche Margaret Mead non si sentiva esattamente pronta per la sua prima ricerca sul terreno.

Da allora sicuramente molto è cambiato nella didattica dell’antropologia, ma la prima esperienza di campo è ancora percepita come un rito d’iniziazione da affrontare con coraggio, entusiasmo e un pizzico di incoscienza!

Ecco allora un consiglio per una lettura da fare prima, durante o subito dopo il campo: “Il giovane antropologo (Appunti da una capanna di Fango)” di Nigel Barley.