Oasi – Lettere dal deserto di Gibson

Il popolo Ngaanyatjarra ha per lungo tempo abitato una fra le zone del pianeta più inospitali all’uomo e lo ha fatto con risultati a dir poco sorprendenti. Uno degli elementi essenziali a questo successo è stato senz’altro la mobilità, l’essere semi-nomadi, lo spostarsi regolarmente seppur (o a maggior ragione) mantenendo un forte attaccamento e legame alla propria terra.

Questa tendenza alla mobilità caratterizza ancora oggi i gruppi di quest’area, che in varie misure si spostano regolarmente, nonostante le avversità ambientali e le difficoltà economiche, mostrando uno scarso attaccamento ai beni materiali e allo stile di vita sedentario. Per esempio: dopo un lutto si abbandona la propria abitazione e ci si stabilisce in una nuova; ci si sposta dalla comunità alla città e viceversa per ragioni amministrative, di salute, di svago, ecc. (a volte non si fa ritorno alla comunità per settimane o mesi); o semplicemente si va a caccia e si campeggia nel bush (steppa o deserto) per qualche giorno. In tutto ciò ci si lascia alle spalle ogni cosa che non sia indispensabile all’occorrenza, al viaggio, nell’immediato. Molti oggetti vengono smarriti e spesso si fa rientro con veicoli, equipaggiamento e strumenti differenti. Fino a non molto tempo fa, gli spostamenti erano più complessi e faticosi rispetto al presente. La mobilità seguiva traiettorie ben precise, funzionali alla vita sociale e molto delicate in termini di sopravvivenza. Queste vie non erano percorse dagli Yultju (automobili, generalmente Toyota 4×4), ma camminando.

con_fini di lucro

Oggi, Venerdì 29 Giugno a Biella si inaugura la seconda edizione del Festival Viaggio – Orizzonti, Frontiere, Generazioni.

L’evento si apre con una conferenza sul tema “Viaggi e Migranti” con Domenico Quirico, giornalista de La Stampa Torino, presso il Palazzo Ferrero Miscele Culturali.

A partire dalle ore 19:00 invece si inaugurano le mostre degli artisti che partecipano all’evento, tra cui Imer Guala, Vincenzo Tabacco, Giorgio Maria Griffa e il nostro Gigi Piana.

TO(rino) BE DIFFERENT

Arti in scena

ramodoro vi invita a partecipare alla seconda edizione del Festival. Un’occasione per scoprire come l’antropologia e arte si declinano in eventi partecipativi e trasformativi. Con la partecipazione del nostro artista preferito, Gigi Piana e della presidentessa Aurora Lo Bue.

L’associazione MAC – MovimentoArteCreatività è lieta di invitarvi alla seconda edizione del Festival TO(rino) BE DIFFERENT – Arti in scena, che si terrà il 15-16-17 giugno 2018 presso i locali della Cavallerizza Irreale di Via Verdi a Torino.

La scelta di realizzare un festival nasce dall’esigenza di aprire al pubblico torinese la possibilità di accedere a prodotti artistici di qualità realizzati da professionisti del settore delle arti, delle artiterapie e dei linguaggi per la cura.

Il profumo del tempo: Byung Chul-Han

Una crisi del tempo, una crisi identitaria

Nel suo libro Il profumo del tempo, il filosofo coreano Byung Chul-Han riflette sulla contemporaneità, e su come il tempo sia vissuto in questa epoca.

L’autore sottolinea come si stia fuoriuscendo in questi anni da una fase di estrema accelerazione temporale, sviluppatasi di pari passo con la rivoluzione digitale in corso che ha frammentato il tempo e reso precario il cosiddetto “span” di attenzione, cioè la capacità umana di tenere viva l’attenzione su un singolo compito. Il libro è molto corto ma molto potente. 

Il filosofo parte da una breve analisi storica sull’origine di questo senso di precarietà, a partire dalla nascita dell’epoca dei “lumi”, che proiettava l’individuo, con la sua sola ragione, nel futuro, consegnando il destino umano nelle sue stesse mani, alla sua stessa ragione, di fatto però incarnando la profezia nietzschiana sulla morte di Dio. Il progresso sembrò rappresentare il motore del destino, fino al momento presente: dopo un’accelerazione continua, ruggente, giungiamo oggi a un senso di “avere sempre fretta, ma senza sapere cosa fare o dove andare”. Questo viene attribuito dall’autore a un’atomizzazione, una frammentazione del tempo, che ha perso la sua forma di “linea” per assumere forma di nugolo di “punti”, una forma di arcipelago sulle quali isole gli uomini tentano di saltare continuamente, e di saltare “ovunque allo stesso tempo”. 

La vocazione interstiziale dell’antropologia culturale e la mediazione etnoclinica come lavoro di rete tra I servizi.

Il progetto di uno “sportello di mediazione etnoclinica” a Biella a cura di Eleonora Spina, antropologa culturale.

L’ultimo intervento di CONdiVISIONE parte dal racconto di un’esperienza vissuta e da un progetto che ramodoro ha particolarmente a cuore.


Per presentare la maniera in cui tento di fare antropologia lavorando come mediatrice etnoclinica – che è poi la forma in cui personalmente provo a calare le teorie antorpologiche nella concretezza di una pratica professionale quotidiana, con tutte le mediazioni e compromessi che quest’operazione esige – non posso che cominciare dalla storia di un altro, mantendomi così fedele a quell’intuizione dell’antropologia per cui non si conosce se stessi se non nella relazione dialettica, spesso faticosa ed accidentata, con l’altro da sè.

Il protagonista della vicenda è un uomo maliano che nel 2008 lascia il suo villaggio per cercare lavoro in una grande e conosciuta città del Nord, Gao, non distante dal confine col Niger. Quando nel 2012 la regione diventa teatro dei cruenti scontri assurti agli onori della cronaca internazionale, anche il nostro uomo è fatto oggetto di violenze ed è costretto ad assistere impotente ai soprusi inflitti ad una delle due mogli. A seguito di questo episodio fugge dal Paese e, dopo un viaggio estremamente lungo ed accidentato, raggiunge infine la Libia. Qui, dopo mesi di detenzione nelle famigerate carceri libiche, riesce ad imbracarsi e a raggiungere l’Italia

Antropologia e progetti per l’umanità: come noialtri possiamo costruire società sostenibili e persone libere.

 Spunti da “La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” (Utet, 2018) 

Marta Mosca, antropologa culturale e autrice di uno dei saggi raccolti nel volume “La cultura ci rende umani” ha curato il terzo intervento di CONdiVISIONE.


Come si coniuga l’antropologia con la costruzione di un’umanità più equa? Le dinamiche e gli eventi che caratterizzano i nostri tempi non sono sempre di facile comprensione, e proprio per questo motivo emergono interpretazioni semplicistiche e stereotipi che tendono a deformare la realtà dei fatti. La contemporaneità dunque, così complessa, richiede con una certa urgenza un approccio antropologico, vale a dire, un approccio che tenga conto prima di ogni altra cosa dell’essere umano in quanto tale e che dovrebbe essere adottato in diverse sfere del sociale: l’istruzione, il lavoro, la sanità, le politiche sociali. Ma come si fa a tenere conto dell’uomo prima di ogni altra cosa?

Forme e spazi del dono e della condivisione nella società contemporanea

 

Da un progetto IESA a un progetto di co-housing per comprendere le differenze del donare e del condividere.

Marco Anselmi, antropologo culturale

Il dono viene in genere contrapposto al mercato. Il primo sarebbe fondato sulla reciprocità, sulla fiducia, sulla relazione; lo scambio di mercato, viceversa, sull’interesse, sull’egoismo e sul calcolo. Questa polarità si sta tuttavia rivelando problematica, è necessario a questo punto introdurre una terza possibilità, la condivisione. Pratica nascosta e poco analizzata negli studi antropologici, la condivisione appare tuttavia costitutiva dell’umanità e di tanti aspetti della contemporaneità.

CONdiVISIONE – Gli interventi

CONdiVISIONE ha preso le mosse dall’esperienza corporea, una performance che potete riassaporare attraverso il servizio fotografico realizzato durante la serata, la seconda parte dell’evento é stata dedicata al confronto teorico e al dialogo con il pubblico. Il filo rosso degli interventi é stata proprio la parola “condivisione”: abbiamo provato a illustrare da diversi punti di vista e seguendo diversi progetti dell’associazione cosa significa oggi condividere e fare antropologia.

Con una serie di post vorremo dare la possibilità a tutti coloro che non erano presenti e coloro i quali si fossero persi qualche pezzetto per strada di rileggere i contenuti della serata.

CONdiVISIONE – la performance in 20 foto

Fare antropologia, oltre che pensarla e teorizzarla, è l’idea guida che ci ha spinto a costituirci come associazione. Un’antropologia che si occupi di fornire degli strumenti di lettura e, in seconda battuta, di intervento rispetto alle problematiche del nostro quotidiano. Per questa ragione abbiamo deciso di inaugurare l’evento di ramodoro, “CONdiVISIONE“, con una performance a partecipazione collettiva.

L’arte è uno strumento espressivo in grado di produrre uno shock estetico e favorire il processo trasformativo. Come per l’antropologia, anche per l’arte si tratta di un “fare” per trasformare, per indurre ad una riflessione e a una riflessività, quella capacità di riflettere anche su se stessi. ramodoro intende l’arte nel suo valore primigenio, che è politico: arte per la comunità, arte per educare, arte per curare, arte per canalizzare conflitti e creare spazi di partecipazione condivisa.

Ecco allora che CONdiVISIONE ha preso le mosse dall’esperienza corporea per poi arrivare in un secondo momento al confronto teorico e al dialogo verbale con il pubblico.

Abbiamo voluto giocare con l’idea di confine, a partire da una suggestione materica e tangibile.

CONdiVISIONE

Opera di copertina: Gigi Piana

Dalla separazione al vivere insieme

L’associazione “ramodoro – antropologia pratica per il sociale” è lieta di invitarvi sabato 17 marzo alle ore 18.00, presso i locali di “Via delle Orfane 15”, a “CONdiVISIONE – dalla separazione al vivere insieme“.

Un momento di incontro e confronto, dove danza, arte e antropologia faranno da guida alla scoperta di nuove pratiche del vivere quotidiano, dove lo spazio si trasforma e conforma dando vita a nuovi modi dell’abitare contemporaneo.

CONdiVISIONE” vuole essere un’occasione di riflessione, un racconto, attraverso performance artistiche e testimonianze, di come lo spazio possa diventare fluido e adattarsi allo stile di vita di chi lo abita, ri-significando l’idea dell’abitare come relazione complessa con un ambiente, come “processo” e come “atto”.